Nella primavera del 2025 il PUN, il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica in Italia, era a circa 94 €/MWh. A ottobre 2026 viaggia intorno ai 240 €/MWh: circa 2,5 volte tanto in un anno e mezzo. E chi si scalda con la pompa di calore va avanti proprio a elettricità.
Negli ultimi anni la pompa di calore è stata presentata come la risposta a tutto: niente fiamma, niente canna fumaria, bollette leggere, magari abbinata ai pannelli sul tetto. In molte situazioni è davvero una buona scelta. Ma con l’energia a questi prezzi, e nel periodo dell’anno in cui rende peggio, i conti cambiano. Vediamo perché, con i numeri e senza tifo.
Il primo fattore: l’elettricità è tornata cara
La pompa di calore funziona a corrente elettrica. Quindi quanto costa scaldarsi dipende, prima di tutto, da quanto costa un kWh di elettricità.
Per buona parte del 2025 il PUN è rimasto tra 94 e 117 €/MWh. Nel 2026 è salito mese dopo mese, senza un vero salto improvviso: 180 €/MWh ad agosto, oltre 207 a settembre e intorno a 240 nella prima parte di ottobre. Anche guardando solo l’ultimo anno, da ottobre 2025 a ottobre 2026, l’aumento supera il doppio.
Attenzione: il PUN non è il prezzo che trovi in bolletta. A quello si aggiungono trasporto, oneri, accise e IVA. Con i valori di questo autunno, chi ha un contratto a prezzo variabile paga facilmente tra 0,38 e 0,40 € per ogni kWh consumato, tutto compreso. Chi ha bloccato un prezzo fisso tempo fa per ora è più protetto, ma al rinnovo si ritroverà i prezzi di mercato.
Il secondo fattore: d’inverno il fotovoltaico dorme
Molti hanno scelto la pompa di calore pensando di alimentarla con i pannelli fotovoltaici. L’idea è buona, ma il calendario gioca contro.
- A dicembre e gennaio le giornate sono corte e il sole è basso: un impianto produce una piccola parte di quello che produce a giugno.
- Nelle giornate di nebbia o di cielo coperto, frequenti in pianura, la produzione crolla quasi a zero.
- Il bisogno di calore è più alto la sera, la notte e al mattino presto, cioè quando i pannelli non producono nulla.
Risultato: proprio nei mesi in cui la pompa di calore consuma di più, quasi tutta l’elettricità arriva dalla rete, al prezzo pieno di cui abbiamo parlato.
Il terzo fattore: freddo, umidità e sbrinamento
Questo è il punto che pochi spiegano ai clienti.
La pompa di calore “pesca” il calore dall’aria esterna con l’unità che sta fuori casa. Più l’aria è fredda, più fatica a farlo, e più corrente consuma per ogni unità di calore che porta dentro.
Ma c’è un problema che non dipende solo dalla temperatura: l’umidità. Quando fuori ci sono pochi gradi sopra lo zero e l’aria è carica di umidità (la classica giornata grigia di pianura, con nebbia o pioggerella), sulle alette dell’unità esterna si forma brina e poi ghiaccio. Il ghiaccio blocca il passaggio dell’aria e la macchina rende sempre meno.
Per liberarsi del ghiaccio la pompa di calore fa lo sbrinamento: per qualche minuto inverte il funzionamento e manda calore all’unità esterna per scioglierlo. E quel calore da dove arriva? Dall’impianto di casa. In quelle condizioni gli sbrinamenti possono ripetersi anche due o tre volte ogni ora. Ogni volta la casa smette di ricevere calore e anzi ne cede un po’, mentre il contatore continua a girare.
Le macchine moderne gestiscono lo sbrinamento meglio di quelle di qualche anno fa e funzionano anche con temperature molto rigide. Ma nessuna può evitare la fisica: con aria fredda e umida il rendimento cala.
Il quarto fattore: i vecchi termosifoni
La pompa di calore dà il meglio quando deve produrre acqua tiepida, come succede con il riscaldamento a pavimento. Se invece la casa ha i classici termosifoni dimensionati per una vecchia caldaia, spesso servono temperature più alte, e ogni grado in più fa scendere il rendimento.
Facciamo due conti
Il rendimento di una pompa di calore si chiama COP: dice quanti kWh di calore produce per ogni kWh di elettricità consumato. Un COP di 4 vuol dire che con 1 kWh di corrente ottieni 4 kWh di calore.
Il valore scritto sulla scheda tecnica è misurato in condizioni favorevoli. Nella realtà invernale varia molto:
- giornata mite, impianto a pavimento: COP intorno a 4
- inverno normale: COP intorno a 3
- freddo umido con sbrinamenti, termosifoni: COP intorno a 2,5
- nebbia, gelo e vecchi termosifoni ad alta temperatura: COP che può scendere verso 2
Mettiamo a confronto il costo di 1 kWh di calore che arriva davvero in casa. Per l’elettricità usiamo 0,38 €/kWh. Per il pellet usiamo il prezzo medio nazionale di settembre 2026 rilevato da AIEL, 7,61 € per un sacco da 15 kg, con una stufa che rende il 90%: un sacco dà circa 65 kWh di calore utile.
| Situazione | Costo di 1 kWh di calore |
|---|---|
| Pompa di calore, COP 4 (condizioni favorevoli) | circa 0,10 € |
| Stufa a pellet (7,61 € a sacco) | circa 0,12 € |
| Pompa di calore, COP 3 | circa 0,13 € |
| Pompa di calore, COP 2,5 (freddo umido) | circa 0,15 € |
| Pompa di calore, COP 2 (gelo, sbrinamenti, termosifoni) | circa 0,19 € |
Il quadro è chiaro: nelle giornate miti la pompa di calore resta competitiva, ma nelle giornate fredde e umide di pieno inverno costa di più del pellet, anche di oltre il 50%. E sono proprio quelle le giornate in cui la casa chiede più calore.
Va detto con onestà: anche il pellet è aumentato, di circa un terzo rispetto a un anno fa. Ma è salito meno dell’elettricità, e soprattutto il suo rendimento non crolla quando fuori c’è la nebbia.
Articolo a cura di CannaFumariaSicura.it, con il supporto tecnico di Dumont Camini.
Nota di trasparenza: questo articolo è stato realizzato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Le informazioni possono contenere errori: verificate sempre i dati con un tecnico qualificato. I prezzi di energia e pellet citati si riferiscono all’autunno 2026 e possono cambiare.