Chi installa stufe o caminetti conosce bene il problema: il cliente vuole il mobile in legno vicino alla stufa, la libreria appena sopra, la poltrona a un passo. Il punto 4.8 della UNI 10683:2022 è quello che permette di rispondere con un numero, non con “sensazioni” — e in caso di contestazione è anche quello che protegge l’installatore.
Una premessa importante: questo capitolo non si applica alle caldaie (per quelle valgono altri criteri) e per i caminetti bisogna guardare anche il punto 4.9, che aggiunge requisiti specifici.
Prima regola: guarda sempre il manuale del fabbricante
La prima cosa da controllare non è la norma, ma il manuale di installazione dell’apparecchio: se il fabbricante indica distanze di sicurezza dai materiali combustibili, sono quelle a fare fede. La UNI 10683 interviene solo in mancanza di indicazioni del fabbricante — è una norma “di riserva”, non sostituisce mai le istruzioni specifiche del prodotto.
Cosa si intende per “materiale combustibile”
La norma fa alcuni esempi concreti: arredi in legno, perlinati, tendaggi, poltrone, tappeti. In pratica, qualsiasi cosa che possa bruciare o deformarsi se esposta al calore radiante dell’apparecchio e che si trovi direttamente esposta all’irraggiamento — non basta che sia “vicina”, deve trovarsi nella traiettoria del calore irradiato.
La zona di irraggiamento: cos’è
La zona di irraggiamento è l’area immediatamente adiacente all’apparecchio dove si diffonde il calore radiante prodotto dalla combustione. Immaginala come un cono di calore che parte dal focolare in tutte le direzioni: davanti, ai lati, sopra e sotto. La norma definisce una distanza minima di sicurezza per ciascuna di queste direzioni, da misurare sempre in aria libera (cioè senza altri ostacoli che modificano la propagazione del calore).
Le distanze minime (in assenza di indicazioni del fabbricante)
Ogni distanza ha una sua sigla, ripresa dalla UNI EN 16510-1:
| Sigla | Cosa indica | Distanza minima |
|---|---|---|
| dC | dal soffitto | 100 cm |
| dF | frontale dal pavimento | 200 cm |
| dP | frontale da oggetti | 200 cm |
| dB | dal pavimento sottostante | 20 cm |
| dR | posteriore da oggetti | 50 cm |
| dS | laterale | 200 cm (se ≤150 cm) / 0 cm (se >150 cm) |
| dL | laterale in zona di irraggiamento | dipende da dS |
Nota una cosa che confonde spesso chi è alle prime armi: dP e dF coincidono numericamente (200 cm), ma indicano due misure diverse — una è la distanza frontale da terra, l’altra la distanza frontale dagli oggetti. Non sono la stessa quota applicata due volte, sono due controlli distinti da fare entrambi.
La riga di dS merita attenzione: se la distanza laterale è entro 150 cm, serve comunque un franco di 200 cm dagli oggetti in quella direzione; solo oltre i 150 cm quel vincolo si azzera. È il tipo di dettaglio che, se saltato, produce un preventivo di installazione tecnicamente sbagliato — non un’opinione, un errore.
Perché conviene misurare, non stimare a occhio
In tanti cantieri le distanze si stimano “a occhio”, soprattutto quando lo spazio è già stretto in partenza. È un rischio doppio: da un lato la sicurezza reale delle persone e dell’immobile, dall’altro la tenuta della dichiarazione di conformità firmata a fine lavori (DM 37/08 lettera C). Se manca la misurazione documentata delle distanze — magari con qualche foto allegata al fascicolo tecnico — in caso di controllo o sinistro l’installatore si trova scoperto, anche se l’installazione era di fatto corretta.
Un consiglio pratico che vale più della norma stessa: quando lo spazio disponibile è al limite, meglio proporre subito al cliente una soluzione alternativa (schermatura certificata, riposizionamento dell’apparecchio) piuttosto che forzare le quote minime. Le distanze minime sono un limite legale, non un obiettivo da centrare con il righello.
A cura di CannaFumariaSicura.it, con il supporto tecnico di Dumont Camini.