
Se il vostro impianto fumario è stato installato prima del 2005-2008, con ogni probabilità non è un prodotto certificato. Non perché sia fatto male: perché all’epoca nessuno era obbligato a dimostrare che fosse fatto bene. E ciò che non è dimostrato, oggi, non vale.
La scena si ripete ogni autunno, sempre uguale.
Arriva l’installatore per montare la stufa a pellet nuova. Guarda la canna fumaria, sale sul tetto, scende, e dice che così non se ne fa niente. Il proprietario cade dalle nuvole: “Ma scusi, è in acciaio inox, è a doppia parete, l’ha fatta un’azienda seria nel ’98, non ha mai dato un problema in trent’anni.”
Tutto vero. E non cambia niente.
Il punto non è se quella canna fumaria è buona o cattiva. Il punto è che nessuno può dimostrare cosa sia. E in un impianto che porta fuori dalla vostra casa gas a 300 °C e monossido di carbonio, “probabilmente va bene” non è una categoria che esiste.
Vediamo perché, senza girarci intorno.
Cosa è cambiato il 1° aprile 2005
Fino a poco più di vent’anni fa, in Italia, chi produceva camini metallici lavorava sostanzialmente in autocertificazione. C’erano aziende serie e aziende improvvisate, e dall’esterno non c’era modo di distinguerle: due tubi identici a vedersi potevano avere acciaio, spessori, saldature e isolamenti completamente diversi.
Poi è arrivata la norma armonizzata europea UNI EN 1856-1, e con lei la marcatura CE obbligatoria:
| Prodotto | Norma | Marcatura CE obbligatoria da |
|---|---|---|
| Sistemi camino metallici (la canna fumaria vera e propria) | UNI EN 1856-1 | 1° aprile 2005 |
| Condotti per intubamento e canali da fumo metallici | UNI EN 1856-2 | tra il 2006 e il 2007 |
Da quelle date, immettere sul mercato un camino metallico senza marcatura CE è diventato semplicemente illegale.
Ci sono poi due altri paletti che completano il quadro:
- DM 37/08 (in vigore dal 27 marzo 2008): regola chi installa e cosa deve rilasciare, cioè la dichiarazione di conformità dell’impianto.
- Regolamento UE 305/2011 (CPR): dal luglio 2013 alla marcatura CE si affianca la DoP, Dichiarazione di Prestazione, il documento che il fabbricante è obbligato a emettere per ogni prodotto.
Morale: se il vostro impianto è antecedente a quel periodo, non è “poco documentato”. È privo di documentazione per costruzione. Non esisteva l’obbligo di produrla.
Cosa c’è dietro quel pezzo di carta (spoiler: molto più di un timbro)
Qui sta il fraintendimento più comune. La gente pensa che la certificazione sia burocrazia: una pratica, un bollo, un costo.
In realtà dietro la marcatura CE di un camino ci sono prove di laboratorio distruttive fatte su quel preciso sistema, con quei precisi componenti. Non sul materiale in generale: su quel prodotto assemblato come lo installerete voi.
Ecco cosa viene messo alla prova:
| Prestazione | Cosa si verifica in laboratorio |
|---|---|
| Temperatura (T080 → T600) | Fino a che temperatura dei fumi il sistema regge senza cedere |
| Pressione e tenuta (N1, P1, H1…) | Che i fumi non escano dalle giunzioni: si mette in pressione e si misura la perdita |
| Resistenza alla condensa (D = secco / W = umido) | Se può lavorare in presenza di condensa liquida senza degradarsi |
| Resistenza alla corrosione (V1, V2, V3) | Comportamento contro le condense acide dei diversi combustibili |
| Materiale e spessore (es. L50050) | Tipo di acciaio e spessore reale della parete, dichiarati e verificati |
| Fuoco da fuliggine (G / O) | Il sistema viene portato a 1000 °C per 30 minuti: se resta integro è classe G |
| Distanza da materiali combustibili (es. 060 = 60 mm) | La distanza misurata, non stimata, dal legno di travi e solai |
Il risultato è quella sigla che trovate sulla targhetta dei prodotti moderni, del tipo:
T600 N1 D V2 L50050 G60
Tradotto: fumi fino a 600 °C, funzionamento in depressione, per condense a secco, resistenza alla corrosione classe V2, acciaio inox 1.4404 (AISI 316L) da 0,5 mm, resistente all’incendio da fuliggine, da tenere ad almeno 60 mm dal legno.
Su una canna fumaria non certificata, di tutte queste righe, ne conoscete zero.
Non “qualcuna in meno”. Zero. Non sapete a che temperatura cede, se tiene la pressione, se resiste alle condense del pellet, e — dettaglio che negli incendi conta più di tutti gli altri — a che distanza andava tenuta dalle travi del tetto.
“Ma il materiale è AISI 316, me lo ricordo”
Ammettiamo pure che sia vero, e che l’azienda che l’ha prodotta usasse acciaio ottimo. Il materiale è una delle variabili, e da solo non fa un camino sicuro. Restano fuori:
- Lo spessore reale. 0,5 mm e 0,25 mm sono entrambi “acciaio inox”. Non si comportano allo stesso modo dopo vent’anni di condense.
- La saldatura longitudinale. È il punto debole di ogni tubo: nella prova di corrosione è la prima cosa che cede se non è fatta a regola.
- Le giunzioni e le guarnizioni. La tenuta ai fumi non dipende dal tubo, dipende da come i tubi si uniscono. È esattamente ciò che il test di pressione misura.
- L’isolante. Nelle doppie pareti c’è lana minerale: la sua densità, il suo comportamento nel tempo e la sua capacità di tenere fredda la parete esterna sono parte della prestazione, non un riempitivo.
- La costanza della produzione. Un prodotto marcato CE ha un controllo di produzione in fabbrica verificato da un organismo notificato: significa che il pezzo che vi arriva oggi è uguale a quello che è stato provato in laboratorio. Senza certificazione, quella garanzia di ripetibilità non c’è: nemmeno il fabbricante può dimostrare che il vostro lotto fosse come gli altri.
Detto in modo brutale: la certificazione non serve a rendere buono un prodotto. Serve a dimostrare che lo è, e che lo è sempre. Senza, avete un’ipotesi.
E poi c’è il tempo, che non aiuta
Anche nell’ipotesi più generosa — prodotto eccellente, montato benissimo — sono passati 20, 25, 30 anni. In quel periodo:
- le condense acide hanno lavorato in silenzio sulle saldature e sui punti bassi;
- le guarnizioni dei giunti si sono indurite e hanno perso elasticità;
- l’isolante può essersi compattato, o bagnato per infiltrazioni dal comignolo, perdendo buona parte della sua funzione;
- i cicli di dilatazione (accendi, spegni, accendi) hanno sollecitato migliaia di volte ogni giunzione.
E soprattutto, nella maggior parte dei casi, è cambiato il combustibile. Quelle canne fumarie erano quasi sempre nate per un caminetto aperto o una vecchia stufa a legna: fumi caldissimi, tiraggio abbondante, poca condensa. Oggi ci si attacca una stufa a pellet moderna, ad alto rendimento: fumi molto più freddi, quindi molta più condensa, e condensa acida. È il regime di lavoro peggiore possibile per un condotto progettato per un’altra epoca.
Il fatto che finora non sia successo niente non è una prova di sicurezza. È solo il fatto che finora non è successo niente.
Il momento in cui il problema salta fuori
Di solito non lo scoprite da soli: lo scoprite quando serve un pezzo di carta.
La norma UNI 10683:2022 — quella che regola l’installazione di stufe, caminetti e caldaie a legna e pellet fino a 35 kW — è molto chiara su come si tratta un impianto fumario preesistente. Serve la dichiarazione di conformità o di rispondenza, da cui si ricavano i dati della placca camino e la distanza dai materiali combustibili. Se quella documentazione manca o è incompleta, il sistema non può essere utilizzato così com’è: si passa obbligatoriamente a verifiche approfondite, e se anche una sola non dà esito positivo si torna al punto di partenza, cioè si realizza un impianto nuovo.
Le conseguenze pratiche sono tre, e sono tutte concrete:
- L’installatore non firma. Nessun tecnico serio mette la propria firma su una dichiarazione di conformità che collega un apparecchio nuovo a un condotto di cui non si conosce nulla. Non è rigidità: è che quella firma se la prende lui, la responsabilità.
- La detrazione fiscale e le pratiche si bloccano. Conto Termico, detrazioni, comunicazioni: passano tutte dalla documentazione dell’impianto.
- L’assicurazione. Se un giorno c’è un incendio del tetto, la prima cosa che vi verrà chiesta è la documentazione dell’impianto fumario. “Era in acciaio inox” non è una risposta che vi copre.
“Non posso far fare una verifica e finirla lì?”
Domanda legittima, e la risposta merita onestà.
Sì, esiste una norma apposta, che definisce come ispezionare e diagnosticare un impianto fumario già in esercizio per valutarne l’idoneità al funzionamento in sicurezza. Videoispezione, prove di tenuta, controllo delle distanze, rapporto tecnico firmato. È uno strumento serio e ha senso in molte situazioni.
Solo che, su una canna fumaria non certificata, quella verifica parte già zoppa: può dirvi in che stato è il condotto, non cosa quel condotto è in grado di sopportare. Nessuna ispezione può ricostruire a posteriori la classe di temperatura, la tenuta, la resistenza al fuoco da fuliggine e la distanza di sicurezza testata di un prodotto mai provato in laboratorio. Non esiste una certificazione retroattiva, e nessun tecnico può inventarsi i dati della placca camino.
Il risultato, nella pratica quotidiana, è quasi sempre lo stesso: spendete per una verifica che finisce con “non idoneo, rifare”. Molto spesso conviene saltare direttamente al rifacimento.
Le due strade per rifarla
Rifare l’impianto non significa necessariamente demolire mezza casa. Le opzioni sono due:
1. Nuovo sistema camino marcato CE. Si smonta il vecchio e si installa un sistema completo certificato secondo UNI EN 1856-1, scelto con la designazione giusta per il vostro apparecchio e il vostro combustibile. È la soluzione tipica quando la canna fumaria corre all’esterno o quando comunque va rifatto il percorso.
2. Intubamento. Se esiste un camino in muratura o un cavedio tecnico praticabile, si inserisce al suo interno un condotto per intubamento certificato UNI EN 1856-2. Meno opere murarie, meno disagio, e il risultato è comunque un impianto nuovo, documentato e con la sua placca camino.
In entrambi i casi, alla fine, esce ciò che prima non c’era: DoP, marcatura CE, dichiarazione di conformità e placca camino applicata. Cioè un impianto che qualcuno può firmare e che voi potete dimostrare.
Sei segnali che il vostro impianto è “pre-normativo”
Prima di chiamare qualcuno, un’occhiata potete darla voi:
- Non c’è nessuna targhetta metallica (placca camino) alla base del camino o nel locale.
- Non trovate nessun documento: né dichiarazione di conformità, né libretto, né DoP.
- L’impianto è precedente al 2005-2008, o non ricordate quando è stato fatto.
- I tubi non hanno alcuna marcatura stampigliata: né sigla di designazione, né marchio CE, né nome del fabbricante.
- Il camino è stato “riadattato” nel tempo: pezzi aggiunti, cambi di diametro, tratti sostituiti da persone diverse in anni diversi.
Se ne riconoscete tre o più, la risposta la conoscete già.
In sintesi
Una canna fumaria non certificata non è illegale da tenere in casa, e nessuno verrà a smontarvela. Ma è un impianto di sicurezza di cui non conoscete nessuna delle prestazioni che contano: quanto calore regge, se tiene i fumi, se resiste alle condense, se sopravvive a un incendio di fuliggine e quanto deve stare lontana dal legno del tetto.
Nel 2026 esiste un solo modo per averle, quelle informazioni: un prodotto certificato, installato da chi può firmarne la conformità. Tutto il resto è fiducia — e la fiducia funziona benissimo tra persone, molto meno tra 300 °C di fumi e le travi del sottotetto.
Se avete un impianto di quell’epoca, fatelo guardare ora, a settembre, quando i tecnici sono ancora disponibili e c’è tempo per intervenire prima dei primi freddi. Non a dicembre, con la casa gelata e tre settimane di attesa.
Riferimenti normativi: UNI EN 1856-1 e UNI EN 1856-2 (camini metallici e condotti per intubamento), UNI 10683:2022 (installazione e manutenzione di apparecchi a biomassa fino a 35 kW), UNI 11859-1:2022 (verifica di idoneità degli impianti in esercizio), DM 37/08, Regolamento UE 305/2011 (CPR).






