Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di energie rinnovabili. Solare, eolico, idroelettrico… ma anche legna e pellet.
Ed è proprio qui che molte persone si fermano e si chiedono: “Come fanno legna e pellet ad essere considerati combustibili rinnovabili, se vengono bruciati?”

La risposta è più semplice di quanto sembri, ma va spiegata bene. Perché nel dibattito pubblico si fa spesso confusione tra “emissioni” e “ciclo del carbonio”.

Legna e pellet vengono classificati come biocombustibili solidi, come riportato anche nella norma e fanno parte delle biomasse utilizzate per il riscaldamento domestico. La stessa UNI 10683:2022 si applica infatti agli impianti alimentati con “biocombustibili solidi” secondo la serie UNI EN ISO 17225.

Il punto centrale è questo:
quando si brucia legna o pellet, si libera nell’atmosfera CO₂. Ma quella CO₂ non arriva da combustibili fossili “estratti” dal sottosuolo dopo milioni di anni. È anidride carbonica che l’albero aveva già assorbito durante la propria crescita attraverso la fotosintesi.

In pratica il ciclo è questo:

  • l’albero cresce e assorbe CO₂;
  • il legno viene utilizzato come combustibile;
  • la combustione restituisce quella stessa CO₂ all’ambiente;
  • nuovi alberi ricrescono e la riassorbono.

È un ciclo relativamente breve e naturale.
Diverso invece è il caso di gas, petrolio o carbone, che liberano carbonio “nuovo” accumulato nel sottosuolo da ere geologiche.

Questo però non significa che pellet e legna siano automaticamente “perfetti” o privi di impatto ambientale.
Qui spesso si crea un’altra semplificazione sbagliata.

La sostenibilità dipende molto da:

  • qualità del combustibile;
  • rendimento dell’apparecchio;
  • corretta combustione;
  • manutenzione;
  • qualità della canna fumaria;
  • gestione forestale.

Una stufa moderna ad alte prestazioni, installata correttamente e alimentata con pellet certificato o legna ben stagionata, ha emissioni molto più contenute rispetto a vecchi apparecchi obsoleti o installazioni improvvisate.

Ed è proprio per questo che oggi le normative tecniche sono diventate molto più severe rispetto al passato. La UNI 10683:2022, ad esempio, disciplina installazione, ventilazione, evacuazione dei fumi, manutenzione e sicurezza degli impianti a biomassa.

C’è poi un altro aspetto interessante che spesso viene sottovalutato: la biomassa legnosa è una delle poche energie rinnovabili che può garantire continuità di funzionamento anche senza sole o vento.
Per molte zone montane o rurali, il riscaldamento a legna continua ad essere una soluzione concreta, accessibile e territorialmente disponibile.

In regioni alpine o prealpine, il bosco non è solo paesaggio: è anche gestione del territorio, manutenzione ambientale e filiera economica locale. Un bosco curato e utilizzato correttamente è spesso più sano di un bosco completamente abbandonato.

Ovviamente esiste anche il lato critico della questione.
Se il legno proviene da disboscamenti incontrollati o se si utilizzano apparecchi inefficienti, il vantaggio ambientale si riduce drasticamente. Per questo oggi si insiste molto sulla qualità della filiera e sull’efficienza energetica reale dell’impianto.

In sostanza, pellet e legna sono considerate energie rinnovabili non perché “non inquinano”, ma perché fanno parte di un ciclo biologico naturale del carbonio e derivano da una risorsa che può rigenerarsi nel tempo.

La vera differenza, oggi, non la fa soltanto il combustibile.
La fa soprattutto come viene utilizzato.